Proporzioni

Tizio: – Come va oggi? –

Io: – Sono un po’ in ansia, sto aspettando di sapere se devo portare mia mamma al pronto soccorso per una trasfusione di sangue –

Tizio: – Lascia stare, anche io oggi ho un pranzo di lavoro… –

 

Percepisco solo io una certa sproporzione?

Avendo avuto solo Natali merdosi dall’infanzia sino ad oltre i vent’anni, per me il Natale è comunque e sempre buono. Non ho bei ricordi di feste, festosità, festizia, festoni. Niente albero, niente presepi, niente regali, niente adulti sorridenti e lallallero.

Il Natale, anzi, simbolicamente rappresenta il momento in cui mi sono affrancata da una prigione di grigiore e mestizia. Guardare le case degli altri bambini e ragazzi e sentire d’essere quella diversa, una figura dickensiana di lacrime e mancanze.

Per una volta sono lieta di non avere bei ricordi.

E in fondo a cosa serve l’ansia, se non a (ri)attivare la modalità “stato di emergenza”? La stessa ansia che in condizioni più o meno normali si configura come elemento disturbante la possibilità di trarre piacere da ciò che dovrebbe dare piacere.

E, invece, quando si attiva l’emergency mood, l’ansia fa il suo bravo lavoretto di signorinella efficace, pronta,  sveglia, capace. Infatti sto bene, benissimo, una macchina perfetta che agisce, nessuna emozione, pronta a risolvere i numerosi problemi che ogni giorno si sommano a quelli precedenti.

Sì, ogni tanto sto con l’occhio sbarrato a domandarmi quale nuova nefasta notizia giungerà, quale altro adempimento urgente dovrò compiere, in quale ospedale dovrò correre. Ma, non appena l’evento si verifica (e si verifica), la macchina elabora velocemente i dati, li riorganizza, modifica i piani, agisce e risolve.

Vero è che una parte estremamente consapevole di me si sta domandando cosa accadrà quando questo nucleo melmoso di sfiga comincerà a scemare. Perché poi, memore di tante esperienze analoghe, rimarrà il vuoto, mentre l’ansia resterà, ad agitarsi scioccamente.

Ma, tutto sommato, che altro fare?

Persone che arrancano

Le persone arrancano e non sono certa ci sia una consapevolezza anche solo accennata al riguardo.

La festa di ieri aveva la consistenza di certe dimensioni oniriche in cui ti ritrovi in un luogo dalle luci ambulatoriali e i personaggi che lo popolano si muovono e dicono cose in un modo sconnesso e angosciante.

Volti smorti e privi di interesse, parole completamente fuori luogo. Persone che parlano offendendone altre senza nemmeno accorgersene e persone ferite che accusano il colpo in modo impassibile.

L’ospite evidentemente seccato dal doversi occupare di faccende pratiche: riempire bicchieri, portare un vassoio… Teso e preoccupato che nessuno gli rovinasse alcunché in casa.

Il festeggiato sgarbato e pettegolo, a raccontare cose privatissime di invitati, sconosciuti agli altri, che sarebbero arrivati di lì a poco, mettendo in imbarazzo i presenti.
Aneddoti mostruosi raccontati come episodi divertenti tra risate sguaiate e sorrisi accennati di chi non avrebbe mai voluto essere lì.
Oggetti di altri invitati, non consenzienti, irrimediabilmente distrutti da infantili giochi camerateschi tra bimbiminkia.

Un tizio conosciuto in altra occasione come persona interessante e ciarliera, completamente ammutolito e in stato di morte apparente in virtù della presenza della sua compagna, rigida come un gambo di sedano in tubino nero.

L’apice raggiunto con l’arrivo di una sottospecie non ancora pienamente sviluppata al livello sapiens: la migliore amica del festeggiato, con consorte al fianco. Tono di voce altissimo, romanesco spinto alle estreme conseguenze. Il volto trentenne rifatto da plastiche operate dal Doctor Frankenstein. Una pena, ma una pena… Frasi sconnesse e prive di senso, scoppi di risa senza un perché, racconti sul proprio io, la propria vita, il proprio tutto, completamente avulsi da qualsiasi interesse. E la curiosa tendenza a stare in piedi al centro di una stanza muovendosi concitatamente. Senza contare il numero infinito di “vero, tesò?” al termine di ogni statuizione.
Tesò, seduto in un angolo, le gambe divaricate da coatto annoiato, con il mood annuisco sempre e comunque in corrispondenza di ogni “vero, tesò?”. Chiaramente disinteressato nei confronti di tutto quel movimento consortesco e plasticoso al centro della stanza, ma beccato a più riprese a sbirciare nella scollatura della sottoscritta.

Dal canto mio, mi sono fortemente impegnata a manifestare l’accanita intenzione di non avere a che fare con la maggior parte dei convitati, utilizzando le forme più appropriate di cortese antipatia: sfoggio di raffinatissima erudizione volta ad allontanare i concitati sguaiati; totale assenza di sorriso dinanzi a battute chiaramente offensive per alcuni presenti; evidenziazione esplicita dei momenti di cattivo gusto accompagnata da sorriso ironico e sibillino; dichiarazione di guerra ufficiale: “A me dà fastidio tutto”.

E che non si osi mai più invitarmi, financo insistendo al riguardo.

Succede, stella di casa, succede.

Succede che nella vita succedano cose. Incredibile, vero?

Comprendo che a coloro per i quali la vita è stata un regolare susseguirsi di regolarità (nascere, andare a scuola, avere amici, laurearsi in tempo, trovare lavoro, trovare il fidanzatino o la fidanzatina con cui poi un giorno mettere su famiglia and so on…) l’evento che non ti aspetti, l’elemento che turba quell’ordine preciso, appaia come una catastrofe dirompente capace di rovinare l’insieme di progettini non troppo audaci programmati per l’esistenza.

E, invece, buongiorno, tesoro di mamma, questa è la vita.

Quella vita che in tanti, tanti altri è una stratificazione di accadimenti non voluti, da subire o per i quali gioire.  La medesima che costringe miliardi di esseri umani a scegliere, a reagire e a costruirsi l’animo pezzo per pezzo.

Quindi, splendore nenioso, nonostante la totale assenza di coraggio e la propensione a una pavida staticità, forse il cambiamento imprevisto, è la prima vera occasione che la vita ti mette dinanzi per scegliere chi essere.

Che poi, gira che ti rigira, da dire non c’è molto.

Tolte le chiacchiere sul condominio e il riscaldamento e l’infiltrazione, al netto delle parole sullo stato di salute, le visite mediche, gli interventi, gli esami, e sfrondate le ipotesi di feste di compleanno, cene di compleanno, regali di compleanno, resta poco.

Praticamente niente.

Uno è tornato dal viaggetto periodico di partecipazione a concerti in varie e disseminate cittadine europee e, dopo l’aggiornamento minuto per minuto, corredato da documentazione fotografica, se ne sta accasciato sul letto, pronto a ricominciare il ciclo quotidiano di noia e fastidio.

Altri non si smuovono di un infintesimo spaziale da quella ciclicità fatta di routine smussata da ogni possibile ed eventuale emozione: lavoro, mangiare, risoluzione di problemi contingenti, dormire. Fine.

Un universo tondo di incasellamenti. Potrei sentire ogni rintocco che scandisce lo scorrimento omogeneo. Appena un  lieve fruscio di fondo. Niente tonfi, niente urla, nessuno scroscio di risa.

Tento di trovare una legge universale determinante la condizione osservata. L’anno bisestile, l’anno giubilare, il moto dei pianeti, l’economia globale. BOH.

Di fatto posso pensare di sentirmi legittimata ad accomodarmi su questo sofà di piattume. Posso mettermi in coda al casello dell’esistenza, un passetto alla volta, dritti e senza scossoni fino al dazio finale.

Il problema è che io lo so. Non ne ho il sospetto, non ho qualche dubbio, non ho una perplessità che si tramuta in malore, rancore, insoddisfazione, ansia, rabbia, sonno, fame.

Semplicemente, lo so. E saperlo lo rende intollerabile.

Le parole mi si appiccicano alla pelle. Penetrandomi i tessuti mi gonfiano dall’interno. Un bocciolo che si ingrossa fino a scoppiare senza mai fiorire. Respiro un catrame di sillabe unte e vischiose.

L’altro giorno mi hai detto cose inutili che sono appassite sotto forma di noia afosa con retrogusto di stantio. E oggi, per riprendere il discorso, mi rimbocchi una coperta di ripetizioni e riproposizioni e richiami ai medesimi concetti che dimentico di ricordare.

Questa circolarità è lo stesso segno che mi circonda gli occhi. Due palle sfinite. Due palle.

Mi guardo al polso un orologio immaginario. Potrei disegnarlo con i denti, come si faceva da bambini, per gioco. Per domandarmi a ogni frase che non sento: “Quando arriva il momento?”.